Top secret.

Il tour “Con ghiaccio” riprende dopo la fantastica anteprima di ASTI al Diavolo Rosso. Se andrà tutto così siamo a posto. Si riparte da NAPOLI (10/11 @ Mamamu) e ROMA (11/11 ‘Na Cosetta).

Secret Show!

(Pare che il 9/11 faremo tappa a SANSEPOLCRO per un concerto casalingo. Lo show è segreto, infatti non so dirvi altro. Se siete di quelle parti drizzate le antenne sui social a mio nome nei prossimi giorni… Se no tenetele pure basse e mosce o come vi pare. In ogni caso spero avviseremo per tempo almeno i padroni di casa).

“Come saranno i live di questo disco?”

A domanda ho risposto:

Devastanti. Abbiamo lavorato duramente per riuscire a rendere la complessità sonora del disco in tre sul palco. Ivan Antonio Rossi, arrangiatore e produttore dell’album, ha fatto un gran lavoro, volevamo mantenerlo il più possibile intatto. Ci siamo riusciti? Venite a scoprirlo. (No, non mandiamo il disco e ci cantiamo sopra com’è di moda oggi, non ancora).

Ho scovato due armigeri a Genova, ho sottoposto Tristan Martinelli e Giovanni Stimamiglio a sfruttamento brutale. Sette mesi di sangue e sudore in cambio di una pacca sulle spalle. Centinaia di ore di lavoro ovviamente non retribuito e senza neanche la minima garanzia di rientro o di riuscita.

Questo è il nostro mestiere. Zero diritti, zero certezze, zero salario, solo doveri. E ci piace pure tanto da non desiderare di meglio. Si tratta chiaramente di malattia. Almeno gli strumenti ce li dovrebbe passare la mutua.

Si trattava dell’intervista di Luca Pakarov (di seguito in versione integrale) che ha così presentato “Con ghiaccio” ai lettori de Il Manifesto:

Se vi lamentate di ascoltare sempre le stesse cose dovete ascoltare il primo disco di inediti da solista di Giovanni Succi, Con ghiaccio (La Tempesta Dischi). Perché? Succi è autentico, un osservatore sottile che non si prende sul serio, scazzato e sofferente, malinconico, melodico e poetico al punto giusto, senza strafare nelle verità che non spiegano nulla. Davvero, può burlarsi del conformismo sia raccontando di quando, giovanissimo, fece reading su Bukowski, o dell’incontro con il bagnino Remo che scrive canzoni.

C’è un occhio intimo e disilluso, una narrativa coinvolgente e un uso della parola affilato quanto musicale. Più ironia e leggerezza della sua storica band Bachi da Pietra, che ci racconta a modo suo:

G.S. – Da qualche anno ricevevo altre visite. Pezzi in mutande e canottiera, impossibili da infilare nell’estetica dei Bachi Da Pietra. Insetti mutanti alle prese col bagnino? Nah. Anomalie del genere in passato le avrei relegate in EP come Festivalbug (che era sbarazzino già dal titolo, una sorta di bug nel sistema Bachi, sistema che comunque non è privo di leggerezza ultimamente). Ma qui di bug ce n’era una colonia ormai, tutti in ciabatte e faccia da schiaffi. Bisognava riavviare il sistema. Roba più adatta al sig. Pinco Pallino, un tale che sbandiera i casi suoi a titolo personale. Cercavo un nome. Poi un giorno mi ha fermato la stradale, documento: Giovanni Succi è lei? – Sì. Ho usato quello.

In Salva il mondo te la prendi col tipo di artista che predica bene e razzola male. Cosa c’è però di strano nel cantare di temi sociali o del denaro sterco del demonio e chiedere un cachet alla fine?

G.S. – Niente. Infatti non è quello il punto. Nel pezzo incarno il delirio dei messia da palco, quelli in odor di santità, con una soluzione vaga e indiscutibile in franchising, che vorrebbero affiliarti per salvare il mondo attraverso la vendita del loro prodotto. Organici di fatto al sistema che contestano, solo che ormai il loro cliché è quello: o salvano il mondo ogni sera o chiudono bottega. Tutti quanti tiriamo a campare.

Se fai rock liberamente ti serve uno straccio di democrazia e la corrente elettrica, giusto? In tour ci vai con gli idrocarburi. Se consumi droghe ti serve che la mafia sia efficiente (legalizzatele, coglioni). Se no suona acustico, va a piedi e fatti di camomilla.

Alla fine provo una vena di tenerezza per il personaggio che incarno nel pezzo: identico a un cardinale in extra lusso allo scuro di tutto, responsabile di niente e comunque nel giusto ed innocente per diritto di parte; beato lui, che gli vuoi dire… Salva il mondo.

E poi non credo al diavolo, al fatto che defechi denaro e dunque si debba temere o schifare o condannare il profitto in quanto tale. A me schifo non fa e quando dico “quindi dammelo”, sono sincero. Se posso aiutare chi è in difficoltà col denaro in questo senso, ben volentieri. Non essendo un filantropo, nel mio operato io ricerco (anche) il profitto economico. (Onesto e aggiungerei pure invano, ahimè). Chi non riesce ad ammetterlo, nel momento in cui lo nega, forse ti sta già fottendo qualcosa.

Comunque col profitto del mio lavoro, voglio rassicurare gli apprensivi, mi ci pago giusto le pizze e le birre, se posso. Quindi tranquilli, il mondo lo salverà qualcun altro. Tipo i cantautori buoni con i loro pensierini migliori, se avranno ritornelli abbastanza efficaci. Io è già tanto se non chiudo (senza salvare).

Artista di nicchia è un capolavoro di nonsense che però riesce a definire un quadro finale: la descrizione di etichette sociali/generi musicali che cercano inutilmente di contenere un mondo liquido, ormai lontano dalle vecchie rappresentazioni. Che poi è quello che fanno i giornalisti quando non sanno dove appigliarsi. D’altronde nel tuo disco utilizzi registri musicali diversi. Riesci a definire il tuo lavoro solista? Che roba è secondo te?

G.S. – L’arsenale è vasto e io uso quel che mi serve senza remore. Per me è ancora rock’n’roll, camaleontico, carsico, mutante, in divenire, ma è lui. Alla fine è un derivato del blues. È una forma di letteratura come un’altra, per chi non se ne fosse ancora accorto. Se non sai etichettarlo è ottimo, siamo fuori dal museo. Sono desolato per la complessità di catalogazione dell’universo contemporaneo e comprendo l’imbarazzo di chi, non sapendo dove appigliarsi, si attacca alla nicchia per poterti battezzare in qualche modo. Nel dubbio ci ficchi “un po’ di nicchia” e ti senti sollevato. Sicché ormai, tolti pochi nomi enormi che mettono d’accordo l’ecumene al completo – non chiedermi quali – gli artisti a questo secolo son di nicchia tutti, e tutti annaspano cercando di esserlo un po’ meno, o per un po’ di nicchia in più. Se vuoi essere d’aiuto prendi la mia nicchia, sbattila in prima pagina, e poi vedi se non cresce.

Artista di nicchia è una supercazzola, certo. Ma un grammelot per funzionare deve contenere frammenti di senso, o lasciarne intravedere. Qualsiasi parola-suono riverbera significati. Nell’attacco rivelo una chiave di lettura: Infusi nell’intimo stracomio. Se ci pensi. Infusi come fusi dentro, ma non con-fusi, piuttosto fusi insieme (io e te, per esempio, che ti sei sentito anche un po’ me, come hai detto tu stesso: è reciproco); infusi come l’Amaro Succi, portentoso distillato d’erbe balsamiche e cardo gobbo di Nizza Monferrato (non è di fantasia, è un prodotto ErbaVolant che premierete col vostro consumo dopo un assaggio, ci scommetto); nell’intimo, cioè in mutande, o anche meno. Contatto. Con tatto. Stra-comio, lo lascio alla fantasia di ciascuno. Ed ecco fatto. “Con Ghiaccio” è il distillato amaro di un folle di Nizza Monferrato che esce nudo dal bagno con un bicchiere in mano.

 

Stai pensando a una carriera solista?

G.S. – Alla tenera età di quarantotto anni ci ho pensato. Hai visto mai che di tutte ‘ste carriere ne infilo una. Magari proprio allo scadere del novantesimo. (Anno).

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