Intervista a Manuel Agnelli.

Rockit mi ha chiesto di recensire la riedizione di Hai Paura Del Buio? degli Aferhours uscita oggi, e di intervistare Manuel Agnelli. L’ho fatto molto volentieri, approfittandone per quattro chiacchiere con un amico. Il risultato pubblicato oggi è qui di seguito.

http://www.rockit.it/hai-paura-del-buio-succi-intervista-agnelli-recensione-ristampa

No, non sono un giornalista musicale. Sono solo un musicante prestato all’ardua incombenza della materia odierna e anzi, come lettore diffido un po’ dei musicisti che fanno recensioni. Quindi diffidate tranquillamente delle mie eventuali opinioni. Tanto più che il nome del mio gruppo (Bachi Da Pietra) è felicemente coinvolto nel progetto in questione, per cui il conflitto di interessi è totalmente dichiarato. Sapendo di parlare anche a nome del mio socio Bruno Dorella, siamo fieri delle nostre malefatte in questa storia e lo siamo soprattutto di far parte dell’impresa, che in termini neutri può dirsi epocale. Testimonia cioè un’epoca (questa) riuscendo a riunire e rendere organici punti lontani nello spazio, nel tempo e nelle attitudini, all’interno della musica fatta in Italia. Punti che finalmente trovano un terreno di confronto, in un insieme aperto e libero. Il che, nella mia visione del mondo, è utile e positivo. Se questo è il buio, non sia mai fatta luce.

Gli Afterhours hanno consegnato le diciannove canzoni di quello che fu decretato come il più rappresentativo album in Italia degli ultimi vent’anni, il loro “Hai Paura Del Buio?” uscito per la Mescal di Nizza Monferrato nel 1997, a ventuno artisti diversi. In uno scenario di fertile ridiscussione delle proprie scelte musicali di vent’anni prima, assistiamo a un raro caso di interconnessione tra mondi che rappresenta un documento storico ricco e variegato; raro in un sistema di assurde e vetuste barricate settoriali come il nostro.

Musicalmente il risultato è per forza poliedrico e ce n’è per tutti i gusti. Per alcune di queste concomitanze qualcuno si scandalizzerà (chissà di che cosa, ma per esperienza in Italia un buon motivo per scandalizzarsi alla fine lo si trova). Gli ascoltatori più navigati credo non mancheranno di apprezzare un simile tripudio di biodiversità in un perfetto ecosistema, cogliendo in ciascuna proposta l’efficacia evergreen del brano, la cifra inconfondibile dell’interprete di turno e il marchio di fabbrica degli Afterhours. Non per sminuire la valenza degli ospiti, ma qui ci sono una ventina di pezzi che potresti far rifare a chi vuoi e il gioco funziona. Accade quando la canzone ha una personalità che prescinde dal valore dell’interprete e rende la cifra dell’autore. Queste canzoni non sono invecchiate, sembrano scritte domani.

Il buio è brulicante di nomi, ciascuno una storia diversa, tutte reali e vere.

Ci sono nomi che nel 1997 artisticamente non avevano neanche visto la luce e altri che all’epoca avevano già in curriculum i concerti negli stadi o le serate al Pavarotti & Friends. Nomi italiani il cui esordio è targato 1973, quando chi scrive aveva quattro anni e, per un gioco del caso, proprio loro vide tra i primi artisti dal vivo, pochi anni dopo, ai loro esordi, su qualche palco in provincia di Asti: Edoardo Bennato ed Eugenio Finardi. Nomi che ascoltavo da bambino. L’11 marzo esce questo disco e io ne compio quarantacinque (…e chi se ne frega? Scusate l’emozione: qualcosa di umano alberga ancora in me).

Ci sono altri nomi il cui primo album è targato 2013, come nel caso deiLuminal, con un divario tra i due esordi di quarant’anni esatti. Quasi mezzo secolo, e in mezzo secolo accade di tutto. Ci trovi dentro in ordine sparso popstar nazionali come NegramaroPiero PelùDaniele Silvestri, Samuel dei Subsonica, Rachele dei BaustelleLe Luci della Centrale ElettricaMinistriMarta Sui TubiCristina Donà. Ci trovirockers di lunghissimo corso come Il Teatro Degli Orrori e Fuzz Orchestra. Musicisti a tutto tondo come Vincenzo Vasi ed Enrico Gabrielli (Der Maurer) e ovviamente Xabier Iriondo, Rodrigo D’Erasmo, Giorgio Ciccarelli, Giorgio Prette e Roberto Dell’Era. Per tutti questi a voler a stilare l’elenco delle collaborazioni sforiamo la pagina HTML.

Altrettanti sono i nomi internazionali che si prestano all’esperimento con la stessa passione, alle prese con una lingua che molti di noi apprezzano meno di loro. Anche qui compaiono musicisti che mi vedono apertamente tra la schiera dei fan. Gli Afghan WhigsMark Lanegan,Joan As Policewoman, Nic Cester (ex voce dei Jet), Piers Faccini. I due brani strumentali dell’album sono affidati rispettivamente a John Parish (P.J. Harvey, Sparklehorse, Eels…, i suoi lavori solista) e a Damo Suzuki (ex Can) che nell’album apre le danze e in questa carrellata invece chiude idealmente il cerchio, passando per il versante sperimentale del krautrock (…il postrock ante-postrock) che ci riporta nuovamente in Europa, nei primi anni Settanta. Che è più o meno da dove veniamo.

Prendete tutti questi nomi e queste storie e i loro suoni, metteteli in una scatola nera e agitate con forza. Praticate un doppio foro e guardateci dentro. Occhio. Sguscia fuori la titletrack strumentale frullata a dovere. Quando parte “1.9.9.6” spuntano echi beatlesiani da una chitarra inreverse (si riavvolge il nastro del tempo?) e un folletto beffardo, il più anziano del gruppo, si prenderà ancora gioco di voi con uno sberleffo. Poi come dicevo arriva di tutto, che elencarlo è troppo, dal canto gregoriano al field recording, e il chiacchiericcio dell’oroscopo o la rima elementare (sai/mai) convivono con il verso immortale che chiunque vorrebbe rubare (“voglio un pensiero superficiale / che renda la pelle splendida”: …Sanguineti? Giudici? Zanzotto?). Tutto trova posto nel mondo.

Troppa varietà? Forse, per chi non la ama. Ma il ventaglio delle possibilità espressive umane è ampio. Va più o meno dalla bassezza del turpiloquio all’ineffabilità dell’elevazione: questo è – da sempre e per chiunque viva e scriva – lo spettro del suono. E un uomo, passata all’incirca la metà della sua vita, di fronte ad una selva oscura, se ha fegato, ci si infila. Scopre un affresco tanto vario quanto calibrato ad arte, che racchiude e rappresenta una delle cifre possibili della nostra contemporaneità. L’album del 1997 è solo una cornice. Se guardi in quella scatola scopri che dentro ci sei anche tu.

Questo su per giù quel che ci trovate. Ma non sono qui per dirne bene o male come vi aspettereste. Se il risultato nel complesso è bello o brutto e in che misura, lo lascio ad altre campane e poi deciderà ognuno per sé. Magari, con uno atto titanico di onestà intellettuale, dopo averlo ascoltato: non prima.

Anche perché l’ascolto dell’album nella sua interezza produce uno straordinario effetto elasticizzante sui cinque strati dell’epidermide clinicamente testato nei laboratori d’oltreoceano e in più del 70% dei casi restituisce rinnovato vigore ai vostri tessuti.
Rendendovi una pelle splendida.

INTERVISTA

Ho incontrato il portavoce del gruppo per porgli alcune domande (…Manuel Agnelli, come mai questo nome? Progetti futuri?), poi ci siamo messi a parlare di chitarre. Poi ci siamo messi a parlare di donne e gli ho confessato quanto mi siano piaciute in particolare le tracce femminili sull’album: …Luminal, Cristina Donà e Rachele Bastreghi! A proposito Televisione non era nell’album del 1997. Qual è la sua storia?
“Televisione” era un out take della stessa sessione e faceva parte dei pezzi candidati all’album. Poi ci pareva un po’ troppa carne al fuoco e abbiamo preferito decidere: o “Televisione” o “Punto G”. Non c’era posto per tutti e due sullo stesso disco. Scegliemmo “Punto G”. Però a “Televisione” sono molto affezionato e infatti dal vivo si prenderà la rivincita e sarà in scaletta.

A proposito di donne. Chiunque scriva canzoni sogna che possano essere amate e cantate anche altri, ma non vale nel 100% dei casi. Forse c’è una componente voyeuristica nel piacere di sentire manipolata e usata la propria creatura da altri. Per te com’è veramente il rapporto con le tue canzoni?
Nel sentirle manipolate da altri c’è voyrismo e sicuramente c’è vanità, lo ammetto. Vanità positiva che consiste poi alla fine nel rimettersi continuamente in dubbio circa la propria creatura, nel rimetterla in gioco alla prova dei fatti. Sono un insicuro di base, per cui sentire i miei pezzi interpretati da altri, quando il risulto mi piace, mi esalta e mi rimanda in qualche modo una conferma. L’imbarazzo totale è quando il risultato non mi piace e allora la vanità ti assicuro scompare.

Gli interpreti e i partecipanti hanno curato ciascuno il riarrangiamento del brano? (Per i non addetti: mi riferisco alle scelte strumentali che rendono il sound del pezzo in un modo o in un altro e chiedo se siano tutta farina del sacco degli ospiti. Male Di Miele ad esempio compare in due versioni molto diverse non solo per il fatto che diversa è la voce dell’interprete).
Sì nella maggior parte dei casi, tranne quando l’interprete non disponeva al momento di una sua band, per cui abbiamo suonato la versione noi, come per Mark Lanegan e Nic Cester ad esempio. Alcuni hanno anche mixato in proprio il brano, come Eugenio Finardi, Fuzz Orchestra, Afghan Wighs, Ministri e Rachele Bastreghi.

Tutti i partecipanti avrebbero potuto farlo liberamente, ma solo Finardi e Bennato hanno sentito l’esigenza di cambiare parti del testo nelle loro rispettive canzoni.
Avevo lasciato carta bianca di violentare l’originale. Tutti avrebbero potuto stravolgere a piacere il testo, come tutto il resto. Non lo hanno fatto, non so se per una forma di timore reverenziale… Interessante il fatto che gli stranieri abbiano insistito per cantare in italiano, scegliendo di fare molta fatica. Immagina che nessuno di loro sa l’italiano o ha mai cantato in italiano. Avrebbero potuto facilmente riadattarsi il testo in inglese…

Certo, non è scontato, anzi. Tornando alle varianti del testo, personalmente ne avevo in mente una, ma decisi di non farlo: avrei sostituito la parola “cuore” (totalmente assente dalla mia discografia) con la parola “nome” in “Punto G”. Il risultato sarebbe stato ”…ha un nome nero”.
Bella!

Sì ma poi ho vestito il saio dell’amanuense, quello meno colto, che essendo incerto non tradisce il testo, ma lo tramanda ricopiandolo intatto, così come lo legge, al servizio del giudizio dei posteri. L’amanuense colto, quello che si ritiene più dotto del testo che trascrive, cambia la lezione e tramanda (tradisce) un testo diverso. Io volevo essere l’anonimo e ligio amanuense incerto. A proposito, facciamo un gioco: tra duemila anni si ritrova un supporto qualsiasi di questo album nella sua versione originale, ma purtroppo resta leggibile un solo frammento, un passaggio. Quale?
(Ci pensa un attimo e lo lascio pensare, ndr).
L’intro, “Hai paura del buio?”; e come ultimo questo verso: “vengo di là”.

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